Una volta uscita dal "medioevo ellenico", cioè dal periodo buio della sua
storia, l'antica Grecia iniziò a parlare di amore, del sentimento identificato
in un Eros che non teneva conto del sesso delle sue vittime.
Venivano cantati nei versetti di Saffo gli amori e le attenzioni di lei per le
allieve più belle che partecipavano ai suoi insegnamenti sull'isola di Lesbo.
L'omosessualità fra maschi era in quel periodo praticata in ambiente militare,
dove veniva privilegiata la virilità del giovane soldato e dove vi era una
naturale esclusione delle donne.
L'origine del fenomeno dell'omosessualità nell'antica Grecia va cercata nelle
prime formazioni tribali elleniche, dove la struttura sociale era divisa per
classi d'età.
Il passaggio dell'individuo da una classe all'altra veniva rappresentato con
uno specifico cerimoniale che prevedeva l'allontanamento per un certo periodo
del giovane dalla comunità, lontano dalle regole della vita civile ed a contatto
con la natura.
Il giovane veniva affidato ad un uomo con lo scopo di educarlo ad una vita sempre
più responsabile, e durante questi riti di emarginazione si verificava il rapporto
affettivo omosessuale fra i due.
Il geografo e storico Strabone racconta di come a Creta gli uomini adulti rapivano i
giovani con lo scopo di condurli fuori città per un periodo di due mesi al fine di
trattenere con essi rapporti omosessuali, di educarli alla vita della polis.
Tale azione era regolata da leggi ed alla fine dell'iniziazione l'uomo donava al
giovane un'armatura militare.
A sostenere inoltre questa tesi vi sono i poemi dell'epoca, che in scritti più o meno
espliciti riportano degli amori omosessuali fra Zeus e Ganimede, Dioniso ed Adone,
Poseidone e Pelope, Apollo e Ciparisso, di Eracle e Ila. Per gli ateniesi avere una
relazione con un giovane (pais) era una cosa non solo non condannabile, ma addirittura
apprezzata; erano tuttavia proibite le relazioni fra giovani liberi e schiavi.
Ad un giovane che si fosse prostituito, la legge della polis gli impediva di ricoprire
cariche pubbliche, quali la possibilità di divenire uno dei nove Arconti (governatori
dello Stato), di ricoprire cariche di magistrato o avvocato, di essere consacrato
sacerdote, di partecipare a pubblici sacrifici e di essere inviato come araldo.
I prostituti (pornoi) tuttavia erano tutelati dallo Stato in quanto erano iscritti in
un apposito registro ed erano tenuti a versare un tributo sul guadagno.
Non sono difficili da trovare tracce di amori omosessuali nei poemi omerici, per
esempio nell'Iliade viene narrato il rimprovero di Teti (madre di Achille), per il
fatto che Achille aveva prolungato troppo la fase del suo amore per Patroclo.
"Achille", continua Teti, "devi continuare a vivere e dimenticare Patroclo, prendere
moglie, com'é giusto che sia".
In un frammento dei "Mirmidoni", inoltre, si legge che Achille esplode in un atto di
disperazione davanti al cadavere dell'amico morto, accusandolo di aver tradito il
loro amore: "Tu non hai rispettato la purezza augusta delle tue cosce, malgrado i
nostri baci".
Nell'Odissea viene accennato al fatto che Telemaco, una volta giunto a Pilo, viene
accolto da Nestore, il quale dispone che egli dorma con il figlio Pisistrato,
l'unico non ancora sposato, cosa che farà anche una volta giunto a Sparta.
Per Platone esistono vari tipi di amore: nel Simposio il filosofo fa dire a Pausania
che "in primo luogo vi é un amore ispirato ad Afrodite Pandemos, che é l'amore volgare,
adottato dagli uomini da poco, che amano indifferentemente le donne ed i ragazzi, e
che prediligono più i corpi che le anime.
Poi vi é un amore ispirato da Afrodite Urania, che non é lascivo, ed é adottato da
coloro che amano i ragazzi.
E non é certo difficile distinguerlo dall'amore volgare: l'amore celeste é di chi non
ama i ragazzi troppo giovani, ancor privi di discernimento, ma quelli vicini alla
pubertà, e quindi quelli vicini all'età della ragione".
Nel Simposio poi Alcibiade racconta dei suoi tentativi inutili di convincere Socrate
ad amarlo, e del suo rammarico per il fatto che il sofista, pur trascorrendo intere
giornate con lui, si limitava a filosofeggiare, resistendo così alle sue avances.
Il fenomeno dell'omosessualità nell'antica Roma può essere visto sotto due diversi
aspetti: uno antecedente ed uno successivo alla conquista della Grecia.
I romani infatti identificavano il rapporto fra persone dello stesso sesso come il
vizio dei greci e sostenevano che fra i loro antenati non esisteva l'omosessualità
e che l'importazione dell'amore per i ragazzi aveva indolenzito il rigore del
"cives romanus", aveva offeso il costume degli avi ed aveva rammollito il popolo
romano destinato alla conquista del mondo.
La radice dell'omosessualità romana, scrive Eva Cantarella nel suo libro "secondo
natura", va cercata nell'educazione data ai giovani romani, grazie alla quale
l'individuo doveva in ogni momento imporre la sua ragione sugli altri, doveva
esprimersi senza limiti e possedere ciò che voleva, indipendentemente dal suo sesso.
I romani non praticavano l'omosessualità con persone libere, ma con gli schiavi;
ad esempio, si legge in una lettera a Ponzio, scritta da Plinio il Giovane, di
un epigramma dedicato da Cicerone a Tirone, un giovane schiavo che egli continuò
ad amare anche dopo averlo liberato dalla schiavitù.
L'omosessualità, che per i "cives" romani veniva praticata in modo lecito
esclusivamente con gli schiavi, ed era una dimostrazione del loro potere e quindi
del potere di Roma: un'espressione virile a cui non vi era limite, a patto che però
essa venisse praticata solo con gli schiavi.
Si hanno addirittura tracce di cause intentate da giovani romani fattisi schiavi
per pagare debiti, i quali avevano denunciato il padrone che aveva tentato di
abusare sessualmente di loro; essi vinsero la causa, per il fatto che la "pudicitia"
romana proibiva, come detto sopra, il rapporto sessuale fra cittadini liberi, ed
il giovane romano, che si era venduto come schiavo per pagare i debiti, non poteva
essere considerato uno schiavo a tutti gli effetti, ma più un servitore.
La possibilità di vendersi come schiavi venne abolita proprio per evitare che
avvenissero rapporti omosessuali fra cittadini liberi, cosa che avrebbe infangato
il sangue dominatore romano.
Dall'era repubblicana proviene la "lex Scatinia", di cui se ne ha traccia negli
scritti di Cicerone, Ausonio, Svetonio, Giovenale, Tertulliano e Prudenzio.
Essa regolava il comportamento sessuale romano, ed in particolare il comportamento
omosessuale punendo la pederastia rivolta ai ragazzi liberi.
Il desiderio omosessuale andava quindi trasformandosi e diffondendosi, passando
dal bisogno di esprimere la propria superiorità sugli schiavi al desiderio affettivo
ed amoroso, represso dalle norme della "lex Scatinia", ma praticato in tutti gli
ambienti sociali.
Molti poeti e scrittori romani hanno trattato del rapporto omoerotico.
In particolar modo si hanno notizie del poeta veronese Gaio Catullo, il quale oltre
ad amare l'amica Lesbia, cantata in vari versi, non meno era ambizioso dei baci del
libero Giovenzio, che esalta in vari versi di volta in volta amorosi od ironici,
definendolo effeminato e passivo.
Nel "De rerum natura" di Lucrezio si può leggere che il piacere sublime consiste
nel trasferire il proprio seme in un'altra persona, meglio in un ragazzo che in
una donna.
A testimoniare il fatto che il fenomeno omosessuale stava divenendo sempre più un
rapporto di desiderio ed amore, interviene anche Virgilio, il quale racconta
nell'Eneide che Eurialo e Niso nel reciproco amore trovano la forza per combattere
e morire da eroi.
La fine dell'era repubblicana fu accompagnata anche da un cambiamento del modo di
concepire l'omosessualità, la quale cominciava ad essere vista come un malcostume
che rammolliva i virili romani, rendendoli sensibili ed effeminati, tant'è vero
che Giovenale protesta per la bassezza del comportamento omosessuale romano e vede
nell'omosessualità il male e la decadenza di Roma; non solo: lo scrittore manifesta
il timore che le coppie omosessuali pretendano il riconoscimento dell'unione civile.
Poco dopo l'imperatore Alessandro Severo, in segno di disgusto, ordinò che le tasse
versate dalle prostitute e dai prostituti non venissero versate nell'erario, ma
fossero depositate in un fondo per il restauro dei monumenti.
Nel 342 Costanzo e Costante emanano una legge successivamente inserita nel codice
Teodosiano (27 Febbraio 380), dove per la prima volta viene condannato a morte chi
pratica rapporti omosessuali in modo passivo e, nel 390 viene inoltre condannata
l'effeminatezza all'essere bruciati vivi; sarà Giustiniano, nelle "Istituzioni"
pubblicate nel 533 a condannare alla stessa pena anche chi pratica l'omosessualità
attiva, sentenza praticata per tutto il medioevo.